Il viaggio comincia dalle parole: tradurre un luogo

Il viaggio, per me, non inizia mai in aeroporto o in una stazione quando cerco il binario del treno su cui salire.

Inizia quando, con settimane o mesi di anticipo, apro una nuova scheda del browser e comincio a cercare; oppure quando sento il bisogno di toccare con mano le guide cartacee. Anche se oggi esiste un modo più veloce per organizzare una partenza, sfogliare una guida ha ancora qualcosa di speciale: trovare informazioni che, in un'epoca in cui tutto sembra scorrere sempre più velocemente, sembrano superflue.

Non c'è ancora uno zaino da riempire, né una carta d'imbarco, né vestiti da scegliere e piegare, né libri da leggere. Eppure, è proprio in quel momento che il viaggio prende forma.

Leggo descrizioni di hotel, i menù dei ristoranti, provo a creare un mio itinerario, apro mappe, salvo indirizzi e posti da visitare assolutamente. Insomma, prima ancora di visitare un luogo, lo leggo e, senza accorgermene, inizio già a immaginare il mio viaggio.

Ma c'è un'altra faccia della medaglia (oggi), quando scegliamo una precisa destinazione di viaggio.

La scelta di una destinazione passa sempre più spesso anche dalle immagini che vediamo ogni giorno sui social, tanto che alcuni luoghi ci sembrano familiari prima ancora di averli visitati. Li abbiamo già "visitati" attraverso fotografie e video altrui; forse è anche per questo che, a volte, l'esperienza reale fatica a sorprenderci: abbiamo già costruito una versione di quel posto nella nostra mente che spesso potrebbe non corrispondere alla realtà. Sono sfumature, ma sono proprio quelle sfumature a creare aspettative ancora prima della partenza.

Mi capita sempre più spesso di fare queste ricerche con uno sguardo diverso: quello della traduttrice.


Tradurre un luogo, non solo un testo

Mentre leggo, mi domando come "suona" quel testo nella lingua di partenza, soprattutto quando il sito che sto consultando è già stato tradotto (spesso tradotto con l'IA). Mi chiedo se chi leggerà quella stessa descrizione in un'altra lingua immaginerà lo stesso luogo, la stessa atmosfera, la stessa esperienza che sto immaginando io.

È uno sguardo che faccio fatica a mettere da parte; non so se sia un bene o un male, ma fa parte del modo in cui osservo le cose. Non riesco a separare la traduttrice dalla persona: quando leggo un testo mi chiedo automaticamente perché sia stato scritto così, cosa arriverà davvero a chi lo leggerà in un'altra lingua, quale immagine lascerà nella sua mente.

Tradurre un testo in ambito turistico significa cercare di trasmettere un'atmosfera, un'immagine, una promessa. A volte basta una parola diversa perché un luogo sembri più freddo, più distante o, al contrario, più vicino.

È anche per questo che, chi traduce di professione, non si limita alla traduzione letterale: a volte serve adattare un testo al contesto culturale in cui verrà letto, altre volte bisogna ricreare lo stesso effetto nella lingua di arrivo. È qui che entrano in gioco quelle che, se vogliamo usare dei termini del settore, si chiamano localizzazione e transcreation.

Sono aspetti quasi invisibili per chi legge, ma non per chi con le parole ci vive.

Chi sta organizzando una vacanza non dovrebbe fermarsi a pensare a come è stato tradotto il sito di un agriturismo o la descrizione di una camera. Dovrebbe semplicemente riuscire a immaginarsi lì. Forse è proprio questo il compito più delicato delle parole: non descrivere un luogo, ma renderlo "reale" nella mente di chi legge.

Quando chiudo il computer e la prenotazione è fatta, mi accorgo che una parte del viaggio è già iniziata. Non perché abbia scelto una destinazione, ma perché qualcuno me l'ha raccontata così bene da farmi venire voglia di scegliere quel luogo (e non perché l'ho visto su un social...).

Forse il viaggio comincia proprio così: nelle parole con cui impariamo a immaginare un luogo.

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