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Visualizzazione dei post con l'etichetta Scrivere di cibo

La salsa: una stagione in bottiglia

Il sabato mattina è sinonimo di mercato: colori, profumi, frutta e verdura di stagione. Chi urla più forte per attirare clienti, chi non urla ma ha gente da servire, chi ha un banco piccolo con due persone al massimo, chi un banco molto grande e tanta gente che si muove come in una danza per non intralciare il collega. Andare al mercato è una prova: attendere, scegliere, trattare, calcolare, rispettare. Anche i cartelli hanno un ruolo fondamentale: devono rispondere a un bisogno con uno sguardo, anche e soprattutto quando sei di fretta. “Pomodori per salsa” è il cartello che mi ha fatto fermare immediatamente davanti a quel banco. Non tanto per il cartello in sé, ma per il ricordo che c'era dietro: quello che basta un odore, un sapore o una parola per riportarti immediatamente a un preciso periodo della tua vita. Un po' come la reazione del critico gastronomico in Ratatouille dopo il primo boccone: un sapore e, improvvisamente, è di nuovo con la sua mamma che gli prepara ...

Scrittura gastronomica o food copywriting: qual è la differenza?

Quando un progetto legato al territorio ha bisogno di raccontarsi, chi può aiutare a trasformare un prodotto, un luogo o una storia in un racconto? Nel mondo del cibo esistono diversi professionisti che lavorano con il linguaggio: copywriter, giornalisti, autori e scrittori gastronomici. Le competenze possono essere simili, ma gli obiettivi non sono sempre gli stessi. La scrittura gastronomica nasce da un’esigenza specifica: raccontare il cibo attraverso il contesto in cui prende forma. Non solo il prodotto finale ma anche il territorio, le persone, le tradizioni e i saperi che lo accompagnano. Che cos’è la scrittura gastronomica La scrittura gastronomica non consiste semplicemente nel descrivere un piatto o un prodotto in modo accattivante. Raccontare il cibo significa andare oltre l’elenco degli ingredienti o delle proprietà organolettiche. Ogni prodotto porta con sé una storia come il luogo di origine, il metodo di lavorazione, una tradizione, una comunità di persone. Dietro ogni al...

Elogio alla semplicità: quando il menù parla troppo

In una recente intervista al Telegraph, Marco Pierre White, chef che non ha bisogno di presentazioni, ha detto: "W hen I open up menus now, I can smell the accountant's fingers. There's no romance." Provocazione? Forse, ma come spesso accade, la verità probabilmente sta nel mezzo. Oggi, quando andiamo al ristorante non conta solo cosa mangiamo, conta anche come quel piatto ci viene raccontato. E non c'è nulla di sbagliato in questo. A volte, però, il racconto prende un po' troppo spazio. Qual è il punto? Sarò onesta: quello che mi colpisce non è tanto l'immagine della cucina contemporanea, quanto il modo in cui viene raccontata. Apri un menù e spesso non trovi soltanto dei piatti, ma una successione di "essenza di...", "riduzione di...", "reinterpretazione di...". In alcuni contesti questo linguaggio ha perfettamente senso. Ci sono ristoranti che costruiscono un'esperienza attorno a una ricerca gastronomica precisa, e sar...