Tradurre una ricetta, a prima vista, sembra una cosa semplice: ingredienti, dosi, procedimento.
Poi inizi davvero… e capisci che non è così semplice.
Ci sono le unità di misura che non coincidono, ingredienti che non esistono (o esistono, ma non sono proprio uguali), tecniche di cottura che cambiano da una cucina all’altra...
E se aggiungi anche la traduzione automatica… il rischio di perdersi è garantito.
Da dove si parte davvero
C’è una cosa che ripeto sempre: non esistono testi “facili e veloci” da tradurre.
Quando ricevo una richiesta per un progetto, che sia in ambito food, turismo o più tecnico, il primo passo è sempre lo stesso: leggere il testo.
(Senza il testo completo o almeno un estratto, non accetto l'incarico.)
Durante questa prima lettura, prendo appunti:
- parole che potrebbero creare problemi
- termini tecnici
- ingredienti poco familiari
- cose da verificare in modo più approfondito
È una fase fondamentale: è qui che il lavoro inizia davvero.
Tradurre una ricetta significa adattarla e “farla funzionare” in un contesto diverso da quello originale, ed è qui che traduzione e transcreation si incontrano: da una parte la correttezza grammaticale, dall’altra far immaginare il piatto.
Un esempio concreto dalla (mia) cucina
Mi piace cucinare piatti casalinghi giapponesi: uno di quelli che ho provato di recente (e che ormai preparo spesso) è il negi miso chicken: petto di pollo marinato con miso, mirin, sake, salsa di soia e zenzero.
Fin qui, tutto abbastanza “normale”…
Poi arriva l’ingrediente principale: il Tokyo negi.
E qui le cose si complicano un pochino…
Perché il “negi” non è una cosa sola: esistono diverse varianti:
- il negi più comune, simile al nostro cipollotto
- il naga negi, con la parte verde molto lunga
- il Tokyo negi, che per noi è un porro
Solo che non è esattamente un porro, ed è raro trovarlo anche nei negozi di cibo orientale.
Quindi… cosa si fa, quando si traduce?
Tradurre o spiegare? (spoiler: entrambe)
In casi come questo, tendo a lasciare il nome originale: Tokyo negi resta Tokyo negi.
Aggiungo, però, una nota: spiego cos’è e cosa si può usare come alternativa.
È un piccolo compromesso, ma funziona: non si perde l’identità dell’ingrediente e allo stesso tempo si dà a chi legge una soluzione concreta per replicare la ricetta.
Lo stesso vale per ingredienti come miso, sake o mirin: oggi si trovano abbastanza facilmente, ma non sempre è chiaro come usarli. Per esempio, non tutti sanno che esiste un sake pensato per cucinare (Ryorishu). Usare quello che si beve (Nihonshu) non è del tutto sbagliato, ma la differenza è che uno è pensato per arricchire il piatto, l’altro per essere bevuto.
Tradurre significa non solo essere fedeli al testo, ma anche aiutare qualcuno a rifare quel piatto, per davvero.
Dove nascono le difficoltà
Le difficoltà, di solito, arrivano sempre negli stessi punti:
- le unità di misura
- gli ingredienti
- i nomi dei piatti o delle tecniche
- le sfumature culturali
Un errore comune è tradurre tutto in modo letterale, come se bastasse sostituire le parole. Ma una ricetta non vive solo su carta: vive in cucina.
A volte anche la struttura del procedimento crea problemi. Ci sono ricette che, tradotte così come sono, risultano poco chiare.
Quando posso, dopo una prima bozza, mi piace provarle davvero, così da verificare se “funzionano” anche nella lingua di arrivo. Ma non sempre è possibile, per questioni di tempo (e di ingredienti!). Ma quando succede, cambia tutto: quello che sembrava chiaro sulla pagina, a volte in cucina non lo è affatto.
Qualche idea che torna utile
Col tempo, ci sono alcune cose che ho imparato a fare quasi in automatico:
- contestualizzare il piatto, anche solo con poche parole
- aggiungere note quando servono davvero
- tenere insieme leggibilità e fedeltà
- lasciare spazio, quando possibile, a un minimo di racconto
Perché una ricetta non è mai solo una sequenza di istruzioni, è anche una (breve) storia: come nasce, come si prepara, perché si fa proprio così.
Tradurre una ricetta non è trasferire parole da una lingua all’altra: è costruire un collegamento tra cucine, ingredienti e abitudini che non sempre parlano la stessa lingua.
E, quando funziona, quel passaggio non si vede nemmeno più.
Se lavori con testi di cucina (o che parlano di cibo), sai quanto possono pesare i dettagli: quando qualcosa non torna, spesso è proprio lì che inizia la parte interessante.
Se hai dubbi o semplicemente vuoi parlarne, scrivimi.